politica, queer, social, truestory

Perché il Pride dà più fastidio ai repressi che non agli etero


*il presente articolo presenta riflessioni puramente personali, non è e non vuole essere una posizione ufficiale delle associazioni che organizzano il Sardegna Pride 2013*

 

Una comunità LGBTQI può definirsi tale quando raggiunge un livello di organizzazione che permette l’istituzione di collettivi, movimenti e associazioni culturali.

Ci si riunisce in in gruppi che propongono azioni e piattaforme politiche perché si riconosce che la situazione sociale in cui si vive e si lavora presenta degli ostacoli da abbattere, primo tra tutti la discriminazione di matrice omofobica.

L’omofobia è definita per la prima volta da Weinberg (1972) come la “paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali”, un sentimento di repulsione che una persona prova nei confronti di una manifestazione di affetto che non rientra nel paradigma eterosessuale; benché camuffato come semplice “posizione personale” l’omofobia può evolvere in comportamenti sistematici finalizzati ad estromettere una persona non-eterosessuale dall’ambiente scolastico, lavorativo e familiare causando gravi disagi e, sfortunatamente, violenze di tipo psicologico e fisico.

Capire cosa è l’omofobia è necessario per capire come combatterla, ma spesso ci si dimentica del punto principale della questione: perché ci si mobilità contro la discriminazione e l’ostracismo?

Ognuno di noi ha un conoscente, amico o parente che dice le fatidiche parole “non ho niente contro i gay, ma” e a volte ci perdiamo in discussioni estenuanti che si risolvono con un penoso senso di sconfitta e di delusione.
La delusione è cocente poi se quelle parole sono pronunciate da gay, lesbiche, bisessuali, trans*, intersessuali che non riescono a riconoscere la propria omofobia interiorizzata.

Coleman (1982) sostiene che se la società in cui si cresce è caratterizzata da un clima di avversione nei confronti dell’omosessualità, il bambino assorbe e fa propri dei valori sociali che entrano in contrasto con quelli che si ricavano dal lungo processo di accettazione di sé come persona LGBTQI; questo porta ad uno sdoppiamento tra coscienza di sé e immagine pubblica, che porta l’individuo ad uno scompenso cronico tra ciò che si è e ciò che (secondo dei canoni eterosessisti) dovrebbe essere.

Questo articolo è una guida di sopravvivenza dedicata a tutte le persone gay, lesbiche, bi e trans* che si sentono a disagio ogni qualvolta ci si imbarca nella guerra di quartiere pre-Pride.

1 Il Pride “in giacca e cravatta”Stormtroopers_march

Immancabile strategia spacciata per strumento di integrazione definitivo tra gay ed omofobi. La proposta vincente sarebbe questa: se gli eterosessuali omofobi discriminano i gay perché troppo gay e il Pride è un’occasione per far sfilare solo drag queens, allora travestirci da impiegati in giacca e cravatta come novelli Stormtrooper di Guerre Stellari farà sì che ci percepiranno come “normali” e ci accetteranno di buon grado consegnandoci le chiavi del regno.

Ottima mossa! Hai appena buttato nel cesso cinquant’anni di lotte per l’autodeterminazione rinforzando la logica repressiva patriarcale del “vero uomo che fa cose da uomo, altrimenti è una checca e non può giocare a pallone con noi”.

Piccola lezione di storia: il Pride è un reenactment di un evento storico realmente accaduto: nel 1969 a NewYork la rivolta delle drag queen e degli avventori dello Stonewall Inn contro l’ennesima retata violenta della polizia segnò l’inizio della lotta per i diritti degli omosessuali.
Era infatti proibito servire alcol alle persone omosessuali e questo era il piede di porco legale che lo Stato utilizzava per reprimere l’aggregazione delle persone GLBT.
Nessuno ti proibirà di partecipare a Giugno alla manifestazione del Pride in giacca e cravatta (buona fortuna!), per lo stesso motivo dovresti capire perché nessuno dovrebbe proibire alle drag queen di partecipare: sono stati gli uomini travestiti a mandare in fuga i poliziotti con i manganelli per il bene di tutta la comunità GLBTQ sono stati loro i più esposti e i più coraggiosi.

E’ questa è la storia, questi sono i fatti. Shame on you.

2 Il ghetto gay

Altro argomento di spicco è quello del “perché non possiamo essere normali e dobbiamo sempre rinchiuderci nel ghetto gay?”

In quanto persona omosessuale starei attento a parlare a sproposito di argomenti quali la persecuzione nazi-fascista ai danni delle persone omosessuali, colpevoli di aver attentato alla vitalità della razza ariana/italiana rifiutandosi di procreare e così produrre forza lavoro utile al sostentamento della Nazione.

Il ghetto è un’area nella quale persone considerate di un determinato retroterra etnico o unite da una determinata cultura, subcultura o religione, vivono in gruppo in regime di reclusione più o meno stretto. In realtà il termine nasce per indicare il quartiere della città in cui gli ebrei erano anticamente confinati ad abitare, e completamente rinchiusi durante la notte.

Posso capire che, per una persona possa essere limitante frequentare solo alcuni tipi di locali, gruppi sociali, situazioni ed eventi, ma non c’è nessuna differenza rispetto a quello che fanno le persone che “provano paura nel trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali”.
Nel 99% dei casi in un ghetto ci si viene rinchiusi con la forza e la cultura maschilista eterosessista cis-sessuale in cui viviamo non ha fatto altro che creare un enorme ghetto per omofobi che abbiamo imparato a considerare “normale” solo perché è così esteso che non ne scorgiamo i limiti.

Quando un etero non va in un locale frequentato da gay perché “si sente in pericolo” o quando due ragazze non possono baciarsi in un locale frequentato da etero senza diventare oggetto sessuale dei maschi si sbatte violentemente il muso contro le pareti di un ghetto enorme.
La differenza sostanziale sta nel fatto che gli abitanti del ghetto etero non sono coscienti di essere prigionieri e credono di aver conquistato il mondo quando c’è un sistema solare che hanno paura di esplorare.

3 I gay non si meritano i diritti finché continuano ad essere promiscui

Questo argomento è molto molto complesso e unisce la percezione del sesso come azione da reprimere perchè immorale e la cultura omofoba che “pulisce” il sesso se finalizzato alla procreazione.
Il sesso ricreativo è un vizio e se il vizio ti piace dimostri che sei un pericolo per la società, se sei gay sei automaticamente vizioso e per essere accettato devi nascondere ciò che ti rende gay agli occhi di tutti: sessualità, azioni e modi di essere che sono ricollegabili alla non-eterosessualità.

Il maschio effemminato, la femmina mascolina (per non parlare dei/lle trans!) fanno paura a chi non ha ancora preso piena coscienza della propria sessualità e della propria immagine sociale: se non sai spiegare al prossimo chi sei e cosa vuoi accetti automaticamente di essere definito dagli altri.

Se cerchi l’approvazione di chi ti considera già un’anomalia, errore, un niente senza senso finisci per odiare chi ha superato il bisogno di essere definito da una classe sociale percepita come superiore.

4 Il Pride è un’orgia a cielo aperto, un carnevale senza senso

That’s SO Freud

Ed eccoci alla summa delle precedenti posizioni di omofobia interiorizzata che abbiamo analizzato: il Pride è un’inutile manifestazione di devianza sessuale che ci toglie la possibilità di essere approvati dal padrone e per questo motivo la gente ci odierà sempre.

Wow.

Freud si masturberebbe ferocemente leggendo questo tipo di commenti sui social network!

Il Pride è sicuramente una manifestazione che assume ANCHE connotazioni goliardico-sessuali, lo ammetto, ma com’è possibile che su 6000 persone solamente a cinque drag queen venga data importanza?

Sarà un caso che le lamentele contro le drag queen provengano quasi totalmente da maschi? Possibile che la crisi del maschio finisca sempre per rubare la scena ai temi della discriminazione sul lavoro, della prevaricazione sul genere femminile anche trans*, sul razzismo, sulla discriminazione contro la disabilità e sul tema importantissimo dell’autodeterminazione personale e in famiglia?

Pensateci bene due, tre, cento volte: l’impianto su cui poggia la costruzione anti-Pride risiede sul pericolo di mettere in crisi il ruolo sociale del maschio.

Il Pride è la storia di una lotta contro il potere: quel potere che si rafforza quando ti vergogni e rinunci ad essere ciò che sei.

Il Pride è l’occasione per fare una volta per tutte coming out: per stabilire il confine tra le tue sicurezze, tra la tua storia personale e quella di migliaia di persone diverse da te.

Ma se per qualunque motivo non si volesse partecipare al Sardegna Pride, l’Associazione Culturale ARC ha creato la Queeresima: una programma serissimo fatto di presentazioni di libri, proiezioni di film e documentari, seminari specialistici con crediti formativi e manifestazioni politiche che dura 40 giorni ed è stato anche incluso nel calendario ILGA Europe

Seminario per professionist* della mediazione familiare, con crediti formativi universitari

40 giorni per prepararci insieme a comprendere perché è importante fare gruppo e promuovere una cultura di rispetto, ascolto e comprensione delle istanze di tutti e tutte.
Invece di imbastire polemiche sterili sul Pride partecipa almeno ad uno degli eventi Queeresima: conoscici, parla con noi, esponi le tue idee e ascolta quello che gli altri hanno da dire.

Se in quaranta giorni non ti fai vedere nemmeno una volta, immagino che l’argomento non ti interessi 😉

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11 thoughts on “Perché il Pride dà più fastidio ai repressi che non agli etero”

  1. Ciao, per prima cosa il tuo articolo è molto bello e mi trova d’accordo in todo. Purtroppo una vera critica andrebbe fatta al pride nostrano, ossia italiano, che molto spesso è privo di contenuti o che questi vengano meno, soppiantati da cose molto più futili. Ben venga la festa, il colore e tutto, è bello esattamente così come è, ma ho l’impressione che diventi sempre più una vetrina per i locali ed eventi serali. Mi spiego, ho la sensazione che alla fine sia un meltin’pot di flyer, pubblicità di serate e si perda parecchio il senso, ossia ricordare chi ha lottato e lotta e chiedere quei diritti banali che ci porterebbero allo stesso livello di qualsiasi altro cittadino. Forse la soluzione potrebbe essere quella di organizzare eventi, creare punti di ascolto/aiuto, ecc ed avere una parata meno pubblicitaria e più di propaganda (non mi dispiacerebbe, ad esempio, vedere più volantini agedo e/o riguardanti i diritti LGBTQI e via dicendo)

    1. Qui in Sardegna abbiamo deciso di affrontare il problema mettendo in campo 40 giorni di eventi culturali e dibattiti (la Queeresima) che prepara cittadinanza e comunità ai temi di cui si discute anche durante il pride.
      Io stesso ho fermato più volte la musica dal carro per parlare di argomenti di attualità, per ricordare le lotte e i traguardi.

      Tutto sta nel prendere spunto da esempi esistenti 😀

  2. Letto e approvato. 🙂
    Soprattutto, il difficile passaggio da incoscienza assoluta a coscienza della propria omofobia interiorizzata, è un tema che dovrebbe far riflettere tutt*, nel percorso che facciamo, personale e politico. E non solo. Anche la sessuofobia italica, cattolica ma non solo. Il machismo di molti gay (basti pensare al termine “passiva” come insulto). E anche per lesbiche e trans si pone il confronto con modelli maschili e/o femminili (ma non femministi, per dire) che a volte sono portatori di contraddizioni irrisolte. Il rifiuto della diversità come valore, e il desiderio di omologazione, a partire dal proprio corpo (e vendendo l’anima al diavolo, alla fine). Tutto questo (e anche altro, immagino) si mescola nel calderone del “rifiuto-del-Pride”. Il risultato è a volte espresso con argomentazioni magari opinabili, ma con almeno una base di riflessione politica su prassi, efficacia, problematiche. Altre volte (nella mia esperienza personale, quasi sempre) nella stigmatizzazione del Pride come “carnevalata”. Senza peraltro avere coscienza non solo di cosa è un Pride, ma anche del significato profondo e rivoluzionario del Carnevale.

    1. Ottimo commento, son d’accordo.
      Ti confesso che l’idea dell’Associazione per quest’anno era quella di abbandonare il Pride in segno di protesta e di sostituirlo con degli eventi culturali che spiegassero il significato storico, sociale, politico e allegorico del Carnevale 🙂

  3. Primo: Chiunque abbia la barba scrive cose sensate.
    Secondo: Mi spiace dirlo ma “devi mangiare ancora molta pastasciutta” (si userà questa espressione fuori dal Continente?), prima di affinare la tua retorica contro gli omofobi interiorizzati.
    Terzo: Hai sottolineato alcuni passaggi in realtà molto raffinati (come mai solo i gay e non le le lesbiche o le persone trans sono turbate dal Pride), ma hai trascurato un passaggio notevole: ovunque i diritti sono stati ottenuti da Pride molto più trasgressivi di quelli italiani.

    1. Grazie per l’ottimo commento!
      Interessantissimo il tuo punto di vista sulla trasgressività=efficacia del Pride come piattaforma di diritti.
      Secondo me bisogna capire quali erano gli Stati che recepivano i contenuti dei Pride “trasgressivi”, la loro storia e i loro sistemi politici.

      In Italia, lo sappiamo bene, a partire dalla fine degli anni 70 (in cui pure i governi della DC recepivano le istanze sociali!) la politica è diventata quella di mettere sotto al tappeto qualunque tipo di problema. Si rende poco evidente il tutto, lo si bolla come inconsistente e se diventa trasgressivo lo si recepisce come “estremista” e quindi ancora più inconsistente.

      Sarebbe bellissimo riuscire a capire qual è il metodo per persuadere i partiti a capire la questione dei pari diritti di cittadinanza delle persone GLBTQI. Un metodo che sia diverso dai SOLDI e dai VOTI.
      Educare la popolazione locale, dare visibilità a politiche e comunità GLBTQI, penetrare nel tessuto sociale in maniera costruttiva e non antagonista può essere una soluzione plausibile.

      Ciò che mi spaventa è l’estrema nonchalance del dichiararsi anti-Pride per sentirsi hipster (salvo poi partecipare per fare foto all’amico in drag!).

  4. Non capisco però perché mescoli riflessioni tanto diverse.
    È in atto una normalizzazione delle istante del movimento lgbt; i gay (non “checche”, non “finocchi”, ma “gay”) chiedono ed ottengono siano loro estesi gli istituto del matrimonio e delle adozioni; nulla di male, anzi, ma non si può non scorgere in questo una parvenza di replica per quanto desiderabile della famiglia eterosessuale, e dunque perché stupirsi per le istanze di un pride – quello sì ridicolo – in giacca e cravatta; l’omosessualità scopre di essere normale, e punta ad essere percepita come tale.
    I ghetti sono tali in quanto piccoli, minoritari, chiusi; il “locale per gay” fornisce protezione e senso di comunità, che va benissimo, ed è più che legittimo scegliere di frequentare determinati locali anche per esplicitare la propria appartenenza, ma l’esclusiva frequentazione finisce per togliere alle altre realtà cittadine una presenza che è quella del diverso, dell’omosessuale e della lesbica, della coppia gay che si bacia o magari si tiene solo per mano; tornando al tuo esempio di ghetto medievale, il ghetto era quello dove rinchiudere gli ebrei non dove vivevano i gentili. Il senso del corteo del pride è anche e soprattutto questo, il mostrarsi, il rinunciare ai privilegi del vivere in un ghetto (volontario?) per estenderli all’intero territorio; quindi ben venga il corteo una volta l’anno, in ricordo della rivolta di Stonewell, ma permettiamoci anche un lento lungo e difficile lavoro quotidiano.
    3. ❤
    Nel quarto punto invece estremizzi un'obiezione al pride rendendola ridicola. ritenere deprecabili alcuni eccessi (del pride delle manifestazioni in genere o di singoli individui) non è necessariamente un sintomo di omofobia; le critiche, anche le più sceme si accettano o si contestano nel merito; classificarle come inizi di una malattia, di una perversione, di un quadro clinico, è una strada un tantinello sbagliata – un tantinello – soprattutto se a percorrerla sono gli invertiti.

    1. Carissimo,
      il post in questione prende spunto dalle classiche polemiche pre-Pride, spesso fatte da chi di diritti lgbtq non ne sa nulla.
      Come scritto nell’articolo, il SardegnaPride è il momento finale di un percorso di 40 giorni fatto di eventi e manifestazioni SERISSIME che spaziano dalla fiaccolata silenziosa in ricordo delle vittime della transfobia al seminario di diritto di famiglia e mediazione familiare che si tiene oggi Venerdì 14 a Cagliari.
      Con il progetto Queeresima.it in 40 giorni abbiamo dato alla cittadinanza di Cagliari la possibilità di partecipare a quel “difficile lungo lavoro quotidiano” di cui parli attraverso varie modalità: presentazioni di libri (libri per bambini, opere letterarie e di fumetto), proiezioni di lungometraggi, tavole rotonde, seminari professionali concordati con ordini professionali (che fruttano crediti formativi), manifestazioni contro la violenza di genere e partecipazione ad assemblee di istituti d’istruzione superiore per affrontare il tema del bullismo e nello specifico del bullismo omofobico.

      In questo progetto non c’è una “normalizzazione” artificiale del “travestirsi in giacca e cravatta”.
      Non c’è bisogno di tutto questo, non c’è repressione di estro: c’è semplicemente l’impegno di trattare qualunque argomento con modalità consone alla situazione.

      Il primo Pride della Sardegna, organizzato da diverse associazioni glbtq del territorio, è un momento di festa che CHIUDE il progetto Queeresima con una manifestazione che, l’anno scorso, ha portato diverse personalità politiche di ogni livello (provinciale, regionale, nazionale) e personalità della società civile a prendere una posizione netta su temi importanti.
      Anche in mezzo al tradizionale colore del Pride le loro posizioni si sono fatte sentire e, anzi, hanno avuto una eco tutta particolare.

      Con questo articolo voglio mettere in luce la superficialità di commenti VERI che ho potuto io stesso leggere o sentire in un ambiente ristretto come quello GLBTQ sardo.
      E sì, le critiche in questa circostanza erano ridicole e ho rilevato in esse il pattern dell’omofobia interiorizzata, che ho voluto esporre.

      Questo è il nostro lavoro e i risultati sono visibili: criticare senza conoscere e negare l’evidenza per superficialità o mala fede è quello che troppe volte frega la comunità gay.
      Mi son tolto un sassolino dalla normalissima scarpa maschile, ecco 😉

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