politica, social, videogiochi

Piove, governissimo ladro


Il nuovo che arretra

Vivere in Sardegna è splendido quando il tempo è mite, i cieli sono limpidi e il sole irradia con forza la terra gettando equamente manciate di raggi UV-A UV-B dal Sulcis alla Costa Smeralda.

Ovviamente shit happens e la pioggia è uno dei pochi fenomeni che conosciamo e non ci decidiamo ad amare, perchè ci spinge a metter da parte le Vans slip-on che fanno retrofuturo e tutti quelli ammennicoli situazionistici tipici del clima mediterraneo.

Quando piove e le speranze di andare al mare sfumano, proiettiamo all’esterno del nostro Io la frustrazione e la negatività accumulate e una delle forme più pure di esprimere il dissenso contro la bassa pressione è ripetere il mantra: “Piove, governo ladro”.

Mi ricordo quando da piccolo andavo a giocare con il GameBoy nella falegnameria di mio zio Jigen, che sapeva di segatura e Marlboro rosse. Quando pioveva, non potevo sedermi sui pannelli di compensato, rivolgere lo schermo al sole e provare a finire i livelli del complicatissimo Probotector.

Come tutti saprete, è difficilissimo giocare con il GameBoy al buio (hail: schermo retroilluminato!) perciò il naturale risentimento sardo si intrecciò al background familiare.

Piove, governo ladro” esclamai con forza.

Ed è lì che fui prontamente ripreso da mio zio, infiammato da quel tipico orgoglio che le generazioni precedenti esprimono al meglio contro i giovani più inesperti: “quello è un modo di dire nostro, voi ragazzi dovete inventarvene altri!”

Per la prima volta ero stato ripreso per aver fatto mio uno statement politico altrui, per la prima volta avevo infranto un marchio registrato di una classe di cittadini che aveva vissuto momenti bui della Repubblica, dagli anni di piombo a Tangentopoli.

Il futuro era alle porte, l’Euro era un’impalcatura da placcare d’oro e la situazione sembrava migliorare poco a poco: che diritto aveva un ragazzino di snocciolare delle parole di cui non conosceva il significato, come una casalinga di inizio secolo durante una messa in latino?

Piove, governo ladro” non è un lemma per giovani.

Sono passati vent’anni e dov’è adesso la generazione che lanciava monetine ai parlamentari che rubavano per asfaltare la strada al passaggio del possente SUV azzurro del declino?

Nel decennio in cui i Governi incensavano morti illustri pur di far approvare leggi che avrebbero sfibrato il tessuto del lavoro (e sappiamo che, per un gay, sfibrare i tessuti è un peccato mortale), cosa stavano votando le generazioni che si erano battute contro il governo ladro?

Adesso siamo a Maggio 2013 e dopo anni di incidenti internazionali, potenziamento artificiale dei poteri dell’esecutivo, instabilità politica cronica, dismissioni di responsabilità e un Presidente della Repubblica parafulmine di uno scempio a puntate la prospettiva è quella di un ennesimo Governo Amato.

Peggio, di un probabile governo Letta.

Letta.

Non Gianni Letta, bensì Enrico Letta, dirigente di un partito in fase orale che non riesce a superare il complesso di inferiorità nei confronti di una classe dirigente che comanda dal cloud.

Amato e Letta sapranno sicuramente darci spiegazioni sul perchè non dovremmo più dire con convinzione “Piove, governo ladro” e invece intonare con fiducia “Piove, governo delle larghe intese che ha istituzionalizzato l’erosione della ricchezza dei cittadini e messo in secondo piano il destino della generazioni del GameBoy”.

In tutto questo, non ho ancora finito Probotector: quegli alieni scorrazzano ancora su una terra in scala di grigi e non so quando troverò la luce adatta per vedere bene sullo schermo di questa nazione.

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