politica, social, truestory

Volevo i pantaloni rosa.


Se c’è una cosa al giorno d’oggi che mi dà ancora speranza è la capacità  di una certa parte del mondo (sia esso LGBTI o no) di provare compassione.

Senza l’amore e la benevolenza per il prossimo, si lascia il duro sentiero della vita retta e ci si avventura senza bussola in una foresta buia, per parafrasare Bertrand Russell.

Ciò che mi fa perdere la pochissima, quasi nulla, fiducia che ho nel popolo italiano è la sfacciataggine del voler trattare una storia di per se tragica senza mettere da parte ogni tipo di riserva.

Sto ovviamente parlando della storia del ragazzo quindicenne che l’altro giorno ha deciso di togliersi la vita per sfuggire alla vergogna e alla violenza psicologica subita nell’ambiente scolastico. Un ragazzo che ha preso per colpa della solitudine una scelta sbagliata di cui non potrà mai pentirsi.

Non sono qui per ravanare nei dettagli della vicenda come un novello Barbara D’Urso, non mi importa sapere il nome reale del ragazzo e non mi lancio in analisi psicologiche à la Vera Slepoj; quello che rilevo è che una volta tanto i genitori di un minorenne prendono atto delle cause del suo suicidio, rivendicano la matrice omofoba della violenza, mettendo da parte l’ipocrita scudo del riserbo.

E’ vero però che a questo mondo cane mangia cane e purtroppo stiamo assistendo ad una vera e propria battuta di caccia che coinvolge quadrupedi di tutte le razze e dimensioni: dai commenti infausti dei lettori di varie testate giornalistiche online (“prima provocano, poi si uccidono”) ai commenti di persone omosessuali, che lavorano con clientela LGBTI, che sostengono che il discorso sull’omofobia debba essere fatto “all’esterno del circuito gay”.

Di sicuro uno degli effetti collaterali della democrazia 2.0 è quello di aver dato alle persone l’illusione che ogni opinione, per quanto si riveli a conti fatti una bestialità, valga quanto le altre.

Bene, non è così.

Quando una persona prova fastidio perché presume che l’aspetto del prossimo corrisponda ad un orientamento sessuale diverso da quello eterosessuale E’, DI FATTO, UNA PERSONA OMOFOBA.

E il fatto che quella persona omofoba tenti di ripulire la propria immagine giustificando le proprie uscite vergognose con un “non ho niente contro i gay” all’inizio della frase, non rende più autorevoli tali posizioni personali, bensì ancora più OFFENSIVE.

Più si cerca di dare sostegno alle proprie elucubrazioni omofobe, più si rende evidente l’orrendo parallelo con il comune pensiero razzista:  “Non ho niente contro gli ebrei/i negri, però loro non appartengono storicamente alla nostra civiltà [sono sporchi/poveri/criminali/malati/inferiori] e non devono mischiarsi con noi” 

Questa frase, letta sul (fortunatamente) oscurato forum di razzisti neofascisti StormFront farebbe impallidire al giorno d’oggi anche la più ciellina e anoressica delle studentesse di giurisprudenza, ma la stessa frase riformulata nei confronti di un omosessuale, probabilmente non susciterebbe lo stesso immediato sentimento di repulsione.

Ed è per questo motivo che quel ragazzino ha deciso di togliersi la vita: perché ha riconosciuto che la società in cui si trovava lo considerava solo un individuo malato/sporco/inferiore e nessuna autorità è riuscita a smantellare quella costruzione mentale.

Si è visto con gli occhi del nemico e non si è piaciuto.

Purtroppo non è servita nemmeno la sua morte per far capire ai vani opinionisti della pausa caffè che, a volte, alcuni pensieri sono troppo superficiali, stupidi e offensivi per essere espressi.

Se siete omofobi, riconoscetelo, ditelo chiaramente!
Non nascondetevi dietro parole rassicuranti, non scendete a compromessi con l’immagine di popolazione matura e progressista che la nostra posizione geografica ed eredità artistiche possono dare.

Se siete omofobi, accettate il fatto di essere persone prive di compassione e di capacità critica e accettate il fatto, un giorno, di poter essere discriminati per la violenza delle vostre posizioni.

Le persone omosessuali, bisessuali, transessuali, intersessuali non sono dei panda; non sono animali in estinzione o bambini profughi di Gaza da proteggere: le persone LGBTI sono cittadini e cittadine traditi da uno Stato che ha fallito la propria missione di far crescere un popolo in armonia.

E fa schifo che ce lo debba ricordare l’indignazione per un minorenne a cui si manca di rispetto anche dopo la morte.

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