politica, tv

La lotta di classe tra poveri


Ieri sera su La7 a InOnda Porro e Telese hanno riproposto il caso della strana pianta organica dello stabilimento Fiat di Pomigliano.

Se vogliamo proprio essere sinceri, in veritá vi dico che é stato toccato lascivamente l’appassionante incontro di street fighting Marchionne VS Fiom che ha avuto come stage la piazza di Pomigliano divisa per l’occasione in due fazioni: all’angolo blu il sindaco della cittadina, socialista di nascita e pidiellino di comodo e all’angolo rosso il sacerdote di turno, inaspettatamente poco interessato a dare ragione al potente di turno.

Dalla sala di controllo comandano questo tag team uno sprezzante Sechi, un sempreverde Fo, una Puppato ammantata di smagliante inconsistenza e un Cicchitto appena uscito dalla bocciofila del quartiere, pronto a farsi saltare in aria il Tena Pants in nome della rivoluzione olgettina.

I temi é quello di sempre: la fenomenologia di Marchionne, uomo del futuro o leader degli Illuminati mangiadiritti?

Tra una lezione di storia di Dario Fo, che ricorda Michelangelo nei panni di operaio e un Mario Sechi che doverosamente porta la discussione sul binario della realtá invocando i numeri, la telecamera riprende i volti degli operai e delle operaie che da troppo tempo vivono nel clima di incertezza dato da un’azienda teenager che non sa cosa vuole dalla vita o che si vergogna a dirlo.

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Divide et impera potrebbe essere il nuovo header del biglietto da visita di Marchionne, ma è quando prende parola un’operaia Fiom che si spezza l’incantesimo televisivo e il rumore delle lancette dell’orologio sovrasta il chiacchiericcio.

La domanda fa pressappoco cosí: “io aderisco a Fiom e non ho votato a favore del famoso referendum che barattava il rispetto del contratto nazionale per la prospettiva di avere un posto di lavoro, per questo motivo sono stata discriminata dall’azienda e la magistratura mi ha dato ragione: adesso devo essere reintegrata a spese di qualcun’altro ma voglio che si riconosca che sono stata oggetto di discriminazione e che questo non c’entra nulla con i 

piani produttivi della Fiat“.

Mentre l’operaia chiede ai presenti in studio di prendere atto dell’accaduto, un imbarazzato Sechi lascia spazio a Cicchitto che formula il pensiero che mi ha spinto a scrivere questo post: “quando la magistratura si mette in mezzo alle questioni dell’impresa e del lavoro, fa sempre danni“.

Cicchitto con questa frase assurge al ruolo di araldo del disfacimento del rapporto causa-effetto reiterando in diretta il comportamento che ha portato a questa crisi: nascondere la polvere della non-scelta sotto il tappeto della responsabilità altrui.

Per prima cosa, c’é da dire che i magistrati sono obbligati a prendere una decisione una volta interpellati. Questo obbligo é il pilastro su cui poggia lo stato di diritto perché se i giudici potessero fare come Schifani e non dare risposta nemmeno davanti a delle leggi di iniziativa popolare evitare di applicare la legge per motivi politici o per la delicatezza di alcune questioni, sarebbero dei politici non eletti dai cittadini.
Praticamente sarebbero dei parlamentari.

Secondo: so che analizzare il passato invece che progettare il futuro é ciò che distingue uno storico da un politico e benché io non mi consideri uno storico e sia carente sotto il punto di vista dell’ingegneria sociale, é bene sottolineare che se si pensa a ciò che ha portato alla situazione dei “19 fuori perché le toghe rosse ne vogliono 19 dei loro dentro” non si può ignorare la responsabilitá per omissione dei partiti politici.

La maggior parte dei politici non ha preso posizioni chiare quando c’era il tanto per farlo e se l’hanno fatto, non é stato messo in piedi un piano per rimediare ad eventuali danni.

Una lotta di classe tra poveri, in cui i partiti hanno perso la funzione di mediatori tra volere del popolo ed amministrazione dello Stato e hanno sviluppato il superpotere dell’invisibilità selettiva.

Il problema é che 19 famiglie hanno paura di perdere la propria fonte di guadagno in un periodo critico, altre 19 si convinceranno di essere colpevoli per il solo fatto di aver ottenuto giustizia e nel mentre le persone che dovrebbero far crescere il Paese rinunciano ad assumersi le responsabilitá anche nel momento della resa dei conti.

Peccato che il conto, in Italia, lo paga sempre chi il proprio lavoro lo porta a termine. E la colpa, é la sua.

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