arte

Saudade giapponese: l’intimismo di “rain town”


Chi ha a che fare con la cultura giapponese in generale sa che il senso di nostalgia è una costante presente in ogni produzione narrativa.

Per quanto alcune sfumature del sentimentalismo nipponico possano apparire esagerate o ipocrite, a tratti quasi macchiettistiche, chiunque dovrebbe concedersi di emozionarsi almeno una volta di fronte ai capolavori di Hayao Miyazaki.

Mentre scrivo queste righe e mi sento come una comparsa in sovrannumero all’interno di un diorama di corruzione istituzionalizzata, crisi più culturali che economiche e cinismo imperante, non posso fare a meno di pensare che a circa nove mila chilometri di distanza, un ragazzo presenta come lavoro di fine corso un corto di animazione così delicato.

Rain Town si apre con un’introduzione in lingua giapponese che descrive l’antefatto e dà l’unica chiave di lettura “ufficiale” di una storia che in fin dei conti è una tela vuota su cui proiettare le proprie sensazioni:

“In quest paese, da tempi immemorabili, la pioggia non si è più fermata.
I residenti si sono spostati in periferia o sulle colline attorno.
“rain town.”
Le memorie della gente adesso sono sommerse in profondità.
Ma dentro questa cittadina dimenticata nella pioggia,
qualche volta, qualcuno si avventura.”

Una storia che racconta attraverso metafore rarefatte il rapporto con l’intimo, l’infanzia e, a mio parere, la difficoltà del passaggio all’età adulta. Il tutto accompagnato da un tema musicale azzeccatissimo che ricorda a tratti Joe Hisaishi.

Chiacchiere a parte: guardatelo e fatemi sapere che ne pensate.

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